Più che su Renzi, concentriamoci su di noi

Pubblicato il: gennaio 17, 2017 | da

Non si è trattato di una ripartenza. Quello di Renzi, con la sua intervista, è piuttosto un ritorno. La ripartenza ha i tratti della discontinuità. Il ritorno è la ripresa di un filo interrotto. Dell’intervista su Repubblica al segretario del Pd, e del suo contenuto, basterebbe questo.

Intendiamoci (e parlo per me): Renzi resta il segretario pienamente legittimato da un congresso e da primarie molto partecipate, ed eserciterà quella funzione fino alla scadenza del suo mandato. Lo dico a quelli che nei modi più disparati hanno formulato un giudizio netto e severo su questa stagione politica: nei mesi che ci separano dal congresso, non concentriamoci su di lui ma su di noi.

Il tema non è demolire o usurare una leadership, cosa che in passato ad alcuni è riuscita piuttosto bene. Il punto è se si ha voglia di navigare in mare aperto, consapevoli dei grandi limiti anche di chi avuto ruoli di direzione politica e di governo prima dell’epoca renziana. E sapendo che oggi in ballo non c’è la salvezza di un pezzo di ceto politico che custodisca la nobile tradizione della sinistra italiana.

Ma l’idea che la sinistra, dentro e fuori dal Pd, possa essere associabile, ancora, a una spinta forte di cambiamento ed emancipazione per vasti settori della popolazione, a partire da quelli più fragili. Oggi quell’associazione semplicemente non è più così scontata.

Non lo è per milioni di persone che ripongono le proprie ansie e la propria legittima domanda di protezione presso altre forze e movimenti, che guarda caso stanno tutte nel perimetro ampio delle destre. Una resa. E un paradosso: nell’epoca in cui la crisi ha rigettato ai margini milioni di persone, la sinistra semplicemente non è presente all’appello.

Allora non basterà, a chi guida la forza più consistente della sinistra di questo paese, un richiamo generico a un atto della volontà che, accantonate le slide, rimetta in moto passione, militanza e idee. E non basterà a noi dire che quel richiamo sia del tutto insufficiente. Dentro un’idea di comunità e di valori condivisi, costruiamo sani e però netti campi di contrasto. La democrazia, anche quella interna a un partito, vive di questo. E su questo, solo su questo, misuriamo il consenso.

E allora a fronte del “meno tasse per tutti”, che pare continui a essere la vera ossessione di questa stagione, contrapponiamo una visione della leva fiscale con un forte tratto di progressività e come meccanismo per redistribuire reddito e ridurre le disuguaglianze.

Sull’idea che le grandi multinazionali del web non si possano toccare, facciamo valere la tesi per la quale un capitalismo in trasformazione ha bisogno di una proposta avanzata di recupero della fiscalità, laddove la sede prevalente in cui opera una azienda che fattura miliardi di euro non sempre si colloca dove quei miliardi vengono tassati, con il rischio di perdere per strada risorse preziose per la collettività.

A chi ripete “innovazione ed eccellenze”, ribadiamo che non c’è punta avanzata in una società se non ti occupi, con la stessa urgenza, di chi è in fondo alla fila. All’ossessione di mettere più soldi in tasca alle aziende, attraverso la politica dei bonus, contrapponiamo l’idea che senza la leva degli investimenti pubblici, anche quelle aziende avranno finito di respirare quando le risorse per le defiscalizzazioni saranno esaurite.

A fronte di chi tira un sospiro di sollievo per aver evitato un referendum sull’articolo 18, diciamo che forse quel pezzo dello Statuto dei lavoratori non sarà la chiave per ammodernare il lavoro e garantire diritti a tutti, ma averlo demolito rischia di dare definitivamente la stura a un’idea di società delle solitudini, dove a difendere il lavoratore più debole non c’è nemmeno più il diritto.

Distinguiamo tra chi stigmatizza l’utilizzo dei voucher che ne ha fatto il sindacato, solo per minare la sua credibilità e chi crede che una società complessa come la nostra non la cambi se non chiami, insieme a te, anche i soggetti intermedi a una sfida di ripensamento della propria funzione e della propria rappresentanza.

A una visione un po’ compassionevole delle povertà, rispondiamo con uno strumento universalistico del contrasto a quella condizione di milioni di nostri concittadini, mettendoci strumenti legislativi nuovi, ma anche molte più risorse di quelle messe sul tavolo in questi anni.

Allontaniamoci dall’idea distorta della vocazione maggioritaria che in questi anni ha rappresentato piuttosto un dannoso isolamento, e sposiamo la visione di una sinistra che travalichi i confini dei partiti (figurarsi quelli dei cerchi magici). E che riconosca, per esempio, che in quel comitato di cittadini che organizza una festa di accoglienza per l’arrivo di un gruppo di rifugiati nel proprio quartiere, c’è molta più politica (e molta più sinistra) di quanta non se ne trovi nell’ultima correntina che discute di legge elettorale.

Davanti a un’idea di garantismo un po’ troppo indulgente, sosteniamo una visione certamente autonoma della politica, ma inflessibile nei confronti di opache e discutibili processi di selezione delle candidature. Su una visione dell’Europa solo come palcoscenico per battere pugni sul tavolo, a uso interno, facciamo valere lo sforzo, anche di elaborazione, con proposte nuove, su come uscire per davvero dalla spirale tra debito pubblico e politiche di austerità.
Sfidiamo la tesi, debole, di un partito che esaurisce la sua funzione nella dimensione del governo, con quella di un partito che abbia la funzione di rappresentare, in scala ridotta, un modello di società, che abbia una sua utilità sociale sui territori, che sia una comunità vera di persone che si rispettano e che riprenda in mano la funzione di selezionare classe dirigente di qualità.

Per fare questo abbiamo bisogno di dire la verità a noi stessi, e cioè che c’è una differenza gigantesca tra dire che il 4 dicembre non sia cambiato niente e sostenere, come io credo, che sia cambiato tutto. La rimozione politica dell’enormità di quel voto, così come quella degli appuntamenti elettorali che l’hanno preceduto, non è una cosa che fa bene al Pd e al centrosinistra.

C’è qualcuno che ha voglia di fare questo lavoro, rimescolando tutto? Siamo disponibili a sciogliere le nostre piccole casematte per qualcosa di più ambizioso? Possiamo metterci alla ricerca di un’ alternativa, non semplicemente a una leadership ma a un modo di intendere la politica e il suo rapporto con la società?

E il Pd ha capito che candidarsi a guidare il paese, senza un confronto anche aspro, su questi temi, sulla sua funzione, su uno schema di alleanze politiche, sociali, elettorali, non solo quelle elezioni è possibile che le perda, ma semplicemente rischia di non esistere più? Il lavoro da fare è lungo e faticoso. E tocca anche le nostre piccole ma rassicuranti certezze. Se avremo voglia di metterci in discussione, avremo fatto un lavoro utile a un progetto più grande della somma di ciascuno di noi.